
Tutto il giorno Efix, il servo delle dame Pintor, aveva lavorato a rinforzare l’argine primitivo da lui stesso costruito un po’ per volta a furia d’anni e di fatica, giù in fondo al poderetto lungo il fiume: e al cader della sera contemplava la sua opera dall`alto, seduto davanti alla capanna sotto il ciglione glauco di canne a mezza costa sulla bianca Collina dei Colombi.
Eccolo tutto ai suoi piedi, silenzioso e qua e là scintillante d’acque nel crepuscolo, il poderetto che Efix considera più suo che delle sue padrone: trent’anni di possesso e di lavoro lo han fatto ben suo, e le siepi di fichi d’lndia che lo chiudono dall’ alto in basso come due muri grigi serpeggianti di scaglione in scaglione dalla collina al fiume, gli sembrano i confini del mondo.
ll servo non guardava al di là del poderetto anche perché i terreni da una parte e dall’altra erano un tempo appartenuti alle sue padrone: perché ricordare il passato? Rímpianto inutile. Meglio pensare all`avvenire e sperare nell’aiuto di Dio.
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Pin è seduto sulla cresta della montagna, solo: rocce pelose d’arbusti scendono a picco ai suoi piedi, e s’aprono vallate, fin giù nel fondo dove scorrono neri fiumi. Lunghe nuvole salgono per i versanti e cancellano i paesi spersi e gli alberi. E successo un fatto irrimediabile, ormai: come quando ha rubato la pistola al marinaio, come quando ha abbandonato gli uomini dell’osteria, come quando è scappato dalla prigione. Non potrà più ritornare con gli uomini del distaccamento, non potrà mai combattere con loro.
Su venti anni di potere, dodici li ho trascorsi senza fissa dimora. Ho abitato di volta in volta i palazzi dei mercanti in Asia, le oneste case greche, le belle ville munite di bagni e stufe dei residenti romani in Gallia, i tuguri, le fattorie. La tenda, quella leggera architettura di tela e di corde, era ancora l’abitazione che preferivo. Non meno varie la navi delle abitazioni; ebbi la mia, provvista di un ginnasio e d’una biblioteca, ma diffidavo troppo di qualsiasi forma di stabilità per legarmi a una dimora, anche se mobile: la barca di piacere d’un ricco siriano, i vascelli d’alto bordo della nostra flotta o il caicco d’un pescatore greco andavano per me egualmente bene. L’unica mia esigenza era la velocità e tutto ciò che la seconda i cavalli migliori, le vetture più molleggiate, i bagagli meno ingombranti, gli abiti, le suppellettili più adatte al clima. Ma la grande risorsa era, innanzi tutto, lo stato perfetto del corpo: una marcia forzata di venti leghe non era niente; una notte insonne la consideravo null’altro che un invito a pensare. Sono pochi gli uomini che amano viaggiare a lungo; è una frattura continua di tutte le abitudini, una smentita inflitta incessantemente a tutti i pregiudizi. Ma io facevo di tutto per non aver alcun pregiudizio, e pochissime abitudini.
Facevo i compiti, ascoltavo i dischi, leggevo, sempre in camera mia. Scendevo soltanto per mettermi a tavola. Mangiavamo senza parlare. In casa non ridevo mai. Facevo “dell’ironia”. É il periodo in cui tutto ciò che mi tocca da vicino mi è estraneo. Sto emigrando lentamente verso un mondo piccoloborghese, ammessa alle feste danzanti la cui unica condizione di accesso, tuttavia così difficile, consiste nel non essere sfigati. Tutto ciò che mi piaceva mi sembra ora paccchiano, Luis Mariano, i romanzi di Marie-Anne Desmarest, Daniel Gray, il rossetto e la bambola vinta alla fiera che sfoggia il suo vestitino di paillette sul mio letto. Persino le idee diffuse nell’ambiente da cui provengo mi paiono ridicole, dei pregiudizi, ad esempio, «la polizia, ce n’è ben bisogno» 0 «è la leva che rende uomini». L’universo, per me, si è capovolto.