Il posto

IlPosto_AnnieErnauxFacevo i compiti, ascoltavo i dischi, leggevo, sempre in camera mia. Scendevo soltanto per mettermi a tavola. Mangiavamo senza parlare. In casa non ridevo mai. Facevo “dell’ironia”. É il periodo in cui tutto ciò che mi tocca da vicino mi è estraneo. Sto emigrando lentamente verso un mondo piccoloborghese, ammessa alle feste danzanti la cui unica condizione di accesso, tuttavia così difficile, consiste nel non essere sfigati. Tutto ciò che mi piaceva mi sembra ora paccchiano, Luis Mariano, i romanzi di Marie-Anne Desmarest, Daniel Gray, il rossetto e la bambola vinta alla fiera che sfoggia il suo vestitino di paillette sul mio letto. Persino le idee diffuse nell’ambiente da cui provengo mi paiono ridicole, dei pregiudizi, ad esempio, «la polizia, ce n’è ben bisogno» 0 «è la leva che rende uomini». L’universo, per me, si è capovolto.

Leggevo la “vera” letteratura, ne ricopiavo frasi e versi che, credevo, esprimevano la mia “anima”, l’indicibile della mia vita. Frasi come «La felicità è un dio che cammina a mani vuote» di Henri de Régnier.

Mio padre è entrato nella categoria delle persone semplici, o modeste, la brava gente. Non osava più raccontarmi le storie della sua infanzia. Non gli parlavo più dei miei studi. A parte il latino, poiché aveva servito messa, il resto gli era incomprensibile, e a differenza di mia madre rifiutava di far finta di interessarsene. Se la prendeva se mi lamentavo di quanto lavoro avessi da fare per il giorno dopo o se criticavo le lezioni. La parola «prof» non gli piaceva, e neanche «secchione», 0 persino «bigino». E sempre la paura O FORSE IL DESIDERIO che io non ce la facessi.

Gli dava fastidio vedermi stare sui libri tutto il giorno, attribuendo a loro la responsabilità del mio muso lungo e del mio cattivo umore. La luce che la sera filtrava da sotto la porta di camera mia gli faceva dire che mi rovinavo la salute. Studiare, una sofferenza obbligatoria per farsi una posizione e non sposare un operaio. Ma che a me piacesse scervellarmi gli sembrava sospetto. Un’assenza di vita proprio nel fiore degli anni. A volte aveva l’aria di pensare che io fossi infelice.

Davanti ai parenti, alla clientela, dell’imbarazzo, quasi della vergogna per il fatto che a diciassette anni non mi guadagnassi ancora da vivere, attorno a noi tutte le ragazze di quell’età andavano già in ufficio, in fabbrica o servivano dietro al bancone dei genitori. Temeva che di me si pensasse che ero una fannullona e di lui che era uno spaccone. Detto come una scusa: «Non siamo stati noi a spingerla, ce l’aveva dentro di per suo». Diceva sempre che imparavo bene, mai che lavoravo bene. Lavorare era soltanto lavorare con le mani.

Annie Ernaux – Il Posto

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