Avete riacceso memoria e desiderio

Il nostro mondo non è più quello degli alpini. Che cosa ci dicono nomi epici come Nikolajewka, Ortigara, San Matteo, Col di Lana e Adamello? Che cosa ricordiamo delle divisioni Julia e Tridentina? Quasi niente. Gran parte di noi li ha letti distrattamente sui libri di storia e in alcuni romanzi autobiografici – come il bellissimo “Il sergente nella neve” di Mario Rigoni Stern – che raccontano di un eroismo antico, di battaglie e di ritirate, di giovani uomini mandati al massacro senza equipaggiamenti adeguati e senza sapere bene il perchè. di quella storia, della nostra storia, diciamolo francamente, è rimasto poco: qualche monumento, stanche celebrazioni a giugno e a novembre e un repertorio di canzoni, per lo più malinconiche, da intonare ad alta quota. La memoria, nella corsa frenetica degli anni, s’è oscurata in fretta.
Eppure Bergamo nei giorni scorsi si è riempita di attesa. La città più seriosa e laboriosa d’Italia ha aperto le finestre per appendervi le bandiere tricolore, ha innalzato striscioni di benvenuto, ha allestito le vetrine come presepi, ha organizzato una accoglienza in grande stile alle centinaia di migliaia di penne nere in arrivo per la loro adunata annuale. Mai si erano viste Bergamo e la provincia così festose e colorate. Perchè tanto calore? Cosa ha risvegliato in noi questo evento che torna dopo 24 anni?
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Un medium molto vitale

Intervista di Goffredo Fofi a Marino Sinibaldi direttore del terzo programma radiofonico della Rai.

Come è possibile che la radio continui a essere un mezzo così importante, così presente? E non in decadenza come accade alla stampa?

Si potrebbe rispondere così: perché la radio ha insieme maggiore leggerezza e maggiore intensità e le due cose – apparentemente contraddittorie – si alimentano a vicenda. Alla radio è accaduto, alla fine di una storia lunga quasi un secolo, di subire una metamorfosi radicale e di diventare un mezzo leggero, lieve, prossimo a chi lo fa e a chi lo ascolta, anche tecnicamente “facile”. Anche per il fatto che non ci siano sulla radio gli investimenti e le attenzioni che riguardano altri mezzi di comunicazione (non esiste per ora una radio Mediaset: questo implica già un po’ più di libertà…). Il paradosso sta nel fatto che la radio delle origini era tutto il contrario: una cosa fisicamente enorme, ingombrante e immobile, che occupava il centro della casa e aveva una grande autorevolezza. (…) Poi tutto cambia a metà degli anni cinquanta dopo l’invenzione del transistor, che di colpo rende la radio enormemente meno ingombrante, permette che sia piccola e portatile.(…) Nello stesso tempo, a metà degli anni cinquanta, esplode la musica rock, cioè nasce qualcosa che rompe di netto la continuità tra le generazioni. Diventa tecnicamente possibile possedere delle piccole radio personali, ma è desiderabile farlo perché c’è un suono e un linguaggio – la musica rock, appunto – fatto per spaccare le famiglie. Era come se i giovani affermassero: “Io non voglio starmene in salotto ad ascoltare la radio di papà”. (…) Quella rivoluzione potrebbe insegnarci qualcosa ancora oggi, soprattutto rispetto alla galassia del Web: se una tecnologia non ha un contenuto e non genera un desiderio, non si afferma. La radio questo contenuto lo aveva, era la musica rock con tutto quello che comportava, una rottura non solo generazionale che preparava e anticipava quelle degli anni sessanta. In tutti i sensi, la radio diventava un mezzo più mobile, più vicino, non confinato nelle quattro mura di casa. Possiamo ricorrere a una parola un po’ astratta, prossimità: da allora la radio è prossima all’ascoltatore, ha una prossimità anche fisica, percettiva, mentale che genera una relazione particolare, emotiva, quasi affettiva, direi. (…)

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L’emergenza dei giovani senza lavoro

Mentre l’Italia è distratta dai vari pasticci pre-elettorali il resto del mondo si interroga sull’emergenza economica più drammatica di questi ultimi tempi: la disoccupazione, che non dà cenni di miglioramento nemmeno di fronte ai timidi segnali di ripresa. Ma soprattutto si sta accorgendo che esiste un’emergenza dentro l’emergenza: la disoccupazione giovanile, che ha raggiunto livelli più che doppi della disoccupazione complessiva ed è in continuo aumento.

Mentre nell’ultimo anno la disoccupazione complessiva in Europa è passata dall’8% al 10%, quella giovanile è balzata dal 16,6% al 21,4%. Un aumento di circa il 30% in media, con punte del 50-60% in paesi come la Spagna (+49%), la Grecia (+56%) (…).

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Cattiva educazione

Questi sono giorni cupi per chi – per condizione esistenziale o per mestiere – assolve a funzioni educative. Infatti la vicenda delle liste elettorali ha molte conseguenze nella vicenda politica e in quella relativa al più vasto patto tra cittadini e tra questi e le Istituzioni.

Ma rappresenta anche una ferita mortale a quella decisiva funzione umana che è l’educare.

Noi tutti, infatti, possiamo pretendere di educare i nostri figli, gli alunni o chi da noi vuole imparare un’arte o uno sport, solo se sono salvate alcune inderogabili condizioni. Se ci assumiamo il carico dell’esempio e del modello da fornire e, dunque, curiamo noi per primi la coerenza tra i proponimenti dichiarati e i comportamenti. Se presidiamo con costanza le procedure, le regole e i limiti, permettendo, in tal modo, ai più giovani di potervi fare i conti attraverso la adesione progressiva, per prove ed errori.

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Basta fatti vogliamo promesse

Dove sono finite le idee, i progetti, i programmi, i sogni o anche le affabulazioni che la politica dispensava a piene mani prima di ogni elezione? Scomparse. Inghiottite da un malessere diffuso, da una cupezza che sembra aver coperto tutto. Le giornate sono scandite dagli scandali, dalle risse intestine e dalla sciatteria. La campagna elettorale esprime pochissima passione e nessuna energia, prigioniera della stanchezza e del risentimento.

Il fallimento della macchina organizzativa del primo partito italiano, incapace di presentare in Lombardia e nel Lazio liste rispettose dei regolamenti, racconta molto dei tempi che stiamo vivendo. Ci racconta come anche nelle incombenze più semplici e ordinarie sia venuta meno la capacità di fare le cose per bene, con rigore e attenzione. Il peggiore dei contrappassi per una forza che era nata promettendo la politica del fare e il trasferimento nella sfera pubblica dello spirito imprenditoriale.

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Libertà di parola

Un privilegio di cui nessuna persona vivente gode: la libertà di parola. Chi è in vita non è del tutto privo, a rigore, di un tale privilegio, ma dato che lo possiede solo come vuota formalità e sa di non poterne fare uso, non possiamo considerarlo un effettivo possesso. In quanto privilegio attivo, è simile al privilegio di poter commettere un omicidio: si può esercitarlo se si è disposti a sopportarne le conseguenze. L’ omicidio è proibito sia formalmente che di fatto, la libertà di parola è formalmente permessa, ma di fatto proibita. Per l’ opinione comune sono crimini entrambi, tenuti in grande spregio da tutti i popoli civili. L’ omicidio è a volte punito, la libertà di parola lo è sempre, qualora venga esercitata. (…)

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Benedetto XVI – Incontro con gli artisti

(…) Che cosa può ridare entusiasmo e fiducia, che cosa può incoraggiare l’animo umano a ritrovare il cammino, ad alzare lo sguardo sull’orizzonte, a sognare una vita degna della sua vocazione se non la bellezza? Voi sapete bene, cari artisti, che l’esperienza del bello, del bello autentico, non effimero né superficiale, non è qualcosa di accessorio o di secondario nella ricerca del senso e della felicità, perché tale esperienza non allontana dalla realtà, ma, al contrario, porta ad un confronto serrato con il vissuto quotidiano, per liberarlo dall’oscurità e trasfigurarlo, per renderlo luminoso, bello.
Una funzione essenziale della vera bellezza, infatti, già evidenziata da Platone, consiste nel comunicare all’uomo una salutare “scossa”, che lo fa uscire da se stesso, lo strappa alla rassegnazione, all’accomodamento del quotidiano, lo fa anche soffrire, come un dardo che lo ferisce, ma proprio in questo modo lo “risveglia” aprendogli nuovamente gli occhi del cuore e della mente, mettendogli le ali, sospingendolo verso l’alto. L’espressione di Dostoevskij che sto per citare è senz’altro ardita e paradossale, ma invita a riflettere: “L’umanità può vivere – egli dice – senza la scienza, può vivere senza pane, ma soltanto senza la bellezza non potrebbe più vivere, perché non ci sarebbe più nulla da fare al mondo. Tutto il segreto è qui, tutta la storia è qui”. Leggi tutto “Benedetto XVI – Incontro con gli artisti”

I nostri figli ci guardano

In tempi di passioni tristi e valori deboli, forse è opportuno staccarsi un attimo dalle cronache e chieder­ci come verrà giudicato, fra qualche anno, questo particolare momento del­la nostra vita, pubblica e privata. Non dagli storici, che speriamo abbiano di meglio di cui occuparsi. Ma dai nostri figli. Davve­ro il Paese è quello de­scritto dal profluvio di volgarità che ci inonda ogni giorno? E da una classe politica che appa­re, nel suo complesso, più attenta a rovistare nel letto dell’avversario, piut­tosto che confrontarsi su idee e programmi? Che chiude la Camera per una settimana, perché non ha nulla da fare, ma insegue senza sosta gossip di ogni natura? Oppure dà un’informazione che si di­sputa brandelli delle vite private dei rivali politici e non?

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La crisi passa, l’impresa resta

Non c’è coesione sociale senza lavoro, non c’è lavoro stabile nel tempo senza impresa, non c’è impresa senza persone, gli imprenditori, che rischiano in proprio per trasformare un’idea in bene o in un servizio: questo era vero ieri e lo sarà anche domani. (…)

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Vivere, amare, soffrire

Bisognerebbe soltanto tacere, riflettere su quell’avventura umana, sulla tragedia di una ragazza diventata donna adulta nella perenne incoscienza del suo letto d’ospedale, su quelle vecchie fotografie piene di vita e di bellezza rovesciate nella costrizione immobile di un’esistenza minima, inconsapevole. Voleva vivere, quel corpo che respirava? O se avesse potuto esprimersi, avrebbe ripetuto la vecchia idea di volersene andare, come aveva detto da ragazza Eluana a suo padre, molti anni fa, quando poteva parlare e pensare? Leggi tutto “Vivere, amare, soffrire”