L’adolescenza nell’Italia dei vecchi

Mai come in questo momento si parla tanto di giovani e così poco con i giovani.

Mai come in questa stagione culturale si racconta tanto l’adolescenza (appartengo ai colpevoli, sia come scrittore sia come insegnante) e così poco si sa leggerla in questa contingenza storico-culturale.

La contraddizione è soltanto apparente. Ogni cultura si concentra su ciò che non mette più a fuoco e sta perdendo, e sulle parole che nominano quelle cose. A parte cuore, amore, dolore che attraversano tutte le epoche, perché non se ne ha e sa mai abbastanza di quelle tre cose lì, ogni epoca ha le sue parole.

Una parola perduta e per questo oggi abusata è «adolescenza», perché la vita quando perde qualcosa si concentra come un’ossessa sulle parole che risvegliano la nostalgia per ciò che si è perduto. Il nostro non è un Paese per giovani e quindi non si parla d’altro. Abbiamo «adultizzato» (o adulterato?) l’adolescenza e «adolescentizzato» l’età adulta. Per questo la vita grida attraverso di noi ciò che le spetta di diritto, che ogni età realizzi la tensione che le è propria, senza essere soffocata, saltata, pervertita: adulti che fanno gli adolescenti perché non sono stati adolescenti, e quindi non sanno come si faccia a essere adulti; adolescenti disillusi come gli adulti, bruciata la loro capacità somma: creare.

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Imparare a memoria salva i giovani dal labirinto del nichilismo

“Non è più tanto o solo questione di imparare a memoria A Zacinto o La cavalla storna. Il problema è che l’impazienza e la distrazione scolastiche producono inesperienza della vita. Leggere e ricordare un libro (una storia di carta: I promessi sposi, per esempio) è, all’opposto, un’occasione formativa: fornisce modelli, schemi di classificazione, paradigmi di bellezza, che consentono di interpretare il futuro.”

La disaffezione nei confronti della memoria identifica lo spirito di un’epoca che, abdicando al proprio destino, ha eletto il divertimento, cioè la distrazione, a stile di vita collettivo. Ci si potrebbe chiedere, perciò, se ancora convenga percorrere la strada opposta, almeno in talune circostanze. A scuola, per esempio.

Che a scuola ci si possa divertire, è un fatto, da cui, tuttavia, non è lecito desumere che tale sia – della scuola – la funzione primaria. La scuola serve infatti a educare, ossia a trasmettere una grammatica – un repertorio di conoscenze stabili, principi oggettivi, criteri di giudizio universali -, che permetta, poi, di riconoscere le evenienze della vita, dando loro un nome, e un valore. Il valore della memoria consiste, da questo angolo d’osservazione, nella memoria dei valori: nella progressiva presa di coscienza di quei paradigmi e canoni (evidenze ed esigenze) che definiscono la natura originale dell’uomo, e quindi rendono possibile un ethos condiviso.

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