
Intorno a me tutto era piatto e infinito, un panorama blu senza fine. Non c’era niente che ostacolasse la mia vista. L’immensità mi colpì come un pugno allo stomaco. Mi abbandonai all’indietro, senza fiato. Quella zattera era uno scherzo. Nient’altro che qualche asse di legno e un po’ di sughero tenuti insieme da una corda. L’acqua penetrava da ogni fessura. L’abisso sotto di me avrebbe fatto venire le vertigini a un uccello. Diedi un’occhiata alla scialuppa. Non era tanto diversa da un mezzo guscio di noce. Si teneva a galla come le dita di un uomo si aggrappano all’orlo di un burrone. Era solo una questione di tempo, e la gravità l’avrebbe tirata giù.
Venne l’alba e la mia situazione peggiorò. Ero emerso dalle tenebre e riuscivo a vedere quello che prima potevo solo sentire: enormi cortine di pioggia mi si riversavano addosso da altezze vertiginose mentre le onde, una dopo l’altra si abbattevano su di me calpestandomi.
Tremante e intorpídito, continuai ad aspettare, lo sguardo spento, una mano stretta intorno al raccoglitore d’acqua piovana e l’altra aggrappata alla zattera.
Poi smise di piovere, e all’improvviso cadde il silenzio, un silenzio assoluto. Il cielo si aprì e le onde parvero dileguarsi insieme alle nuvole.
Fu un cambiamento stranamente rapido e radicale, come passare da un paese all’altro. Galleggiavo su un mare del tutto diverso. In cielo il sole era rimasto solo, e l’oceano era una pelle liscia che rifletteva la luce con un milione di specchi.