
Alzai le spalle anche stavolta. Le alzavo sovente in quei giorni. Il finimondo sempre atteso era arrivato. Era chiaro che Torino tranquilla in distanza, la solitudine nei boschi, il frutteto, non avevano più senso. Eppure tutto continuava. Sorgeva il mattino, calava la sera, maturava la frutta. M’aveva preso una speranza, una curiosità affannosa: sopravvivere al crollo, fare in tempo a conoscere il mondo di dopo.
Alzavo le spalle ma bevevo le voci, Se qualche volta mi tappavo le orecchie, era perché sapevo bene, troppo bene, quel che avveniva e mi mancava il coraggio di guardarlo in piena faccia, La salvezza appariva questione di giorni, forse di ore, e si stava attaccati alla radio, si scrutava il cielo, ci si svegliava ogni mattina con un sussulto di speranza.
La salvezza non venne. Vennero, bisbigliate, le prime notizie di sangue. Ripensai a quell’osteria del Pino dove un giorno di luglio avevo sentito per l’ultima volta abbassare la voce, e ci tornai passo passo, guardandomi alle spalle. Giungendo in un luogo, specie nell’abitato, adesso ci si guardava alle spalle e si tendeva l’orecchio. Non erano ancora stati introdotti i posti di blocco, ma già la minaccia, l’imprevisto, pendevano ovunque. Le strade e le campagne formicolavano di fuggiaschi, di soldati infagottati in impermeabili, stracci, giacchette, scampati dalle città e dalle caserme dove tedeschi e neo-squadristi infuriavano. Torino era stata occupata senza lotta, come l’acqua sommerge un villaggio; tedeschi ossuti e verdi come ramarri presidiavano la stazione, le caserme; la gente andava e veniva stupita che nulla accadesse, nulla mutasse; non tumulti, non sangue per le vie; solamente, incessante, sommessa, sotterranea, la fiumana di scampati, di truppa, che colava per i vicoli, nelle chiese, alle barriere, sui treni. Altre cose strane accadevano. Lo seppi da Cate, da Dino, dai loro bisbigli e ammicchi d’intesa. Fonso e gli altri incettavano armi, svaligiavano magazzini e ripostigli; qualcosa nascosero anche alle Fontane. Nei sobborghi, abiti borghesi piovevano dalle finestre sui soldati in fuga. Dove finivano quelli scampati ai tedeschi? Chi ci arrivava, si capisce, a casa sua; ma gli altri, i lontani da casa, i siciliani e calabresi, i risucchiati dalla guerra, dove passavano i giorni e le notti, dove si fermavano a vivere? – Qui se la guerra non finisce subito, – dissi all’Egle e all’Elvira, – ci diamo tutti al brigantaggio -. Lo dissi così, per vederle agitate. E aggiunsi: – Gli sta bene alle case borghesi, alle ville dei generali che si son messi coi tedeschi -. Ma poi discorrendo con Cate lei mi disse di smetterla. Seppi da Dino, ch’era sempre in strada, che alle Fontane ci passava molta gente – qualcuno intravidi anch’io, arrivando in certe ore – barbuti, stracciati, affamati. Qui c’era sempre o la Giulia o la moglie di Nando stesso, e i fuggiaschi parlavano, confabulavano, sbocconcellavano pane. Dino giuro ch’era passato anche un inglese, un prigioniero di guerra, che sapeva soltanto dire ciao,
Quel disordine ormai familiare, quel tacito dibattersi e franare di gente, era come uno sfogo, una brutta rivalsa alle notizie intollerabili della radio e dei giornali. La guerra infuriava lontano, metodica e inutile. Noi eravamo ricaduti, e questa volta senza scampo, nelle mani di prima, fatte adesso più esperte e più sporche di sangue. Gli allegri padroni di ieri inferocivano, difendevano la pelle e le ultime speranze. Per noi lo scampo era soltanto nel disordine, nel crollo stesso di ogni legge. Essere preso e individuato era la morte. La pace, una pace qualsiasi, che nell’estate c’era parsa augurabile, adesso appariva una beffa. Bisognava affrontare quel nostro destino fino in fondo. Come sembravano lontane le incursioni. Cominciava qualcosa di peggio degli incendi e dei crolli notturni.
La casa in collina – Cesare Pavese