Questa storia

Poiché se l’era promesso, Elizaveta Seller, vedova Zarubin, cercò per anni un circuito di diciotto curve, costruito nel nulla e probabilmente mai usato. Lo conosceva a memoria e avrebbe potuto disegnarlo, con precisione, in qualsiasi momento e dovunque: lo faceva, ogni tanto, oziosamente, sul retro di lettere inutili, o sull’ultima pagina di libri che non finiva.

Disponeva di ricchezze sorprendenti, e spenderle per scopi imperscrutabili non era l’ultimo dei suoi diletti. Quando firmava gli assegni per gli uomini che, in ogni parte del mondo, occupavano il loro tempo a chiedere notizie di un circuito dimenticato, amava farlo sotto gli occhi, indispettiti, dei suoi consulenti finanziari. Uno di loro, un olandese, le chiese il permesso di riassumerle, un giorno, le spese a cui si era esposta per finanziare l’insolita ricerca.

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Seta

– Non devi avere paura di nulla.

Poiché Baldabiou aveva deciso così, Hervé Joncour ripartì per il Giappone il primo giorno d’ottobre. Varcò il confine francese vicino a Metz, attraversò il Würtemberg e la Baviera, entrò in Austria, raggiunse in treno Vienna e Budapest per poi proseguire fino a Kiev. Percorse a cavallo duemila chilometri di steppa russa, superò gli Urali, entrò in Siberia, viaggio per quaranta giorni fino a raggiungere il lago Bajkal, che la gente del luogo chiamava: il demonio. Ridiscese il corso del fiume Amur, costeggiando il confine cinese fino all’Oceano, e quando arrivò all’Oceano si fermò nel porto di Sabirk per undici giorni, finché una nave di contrabbandieri olandesi non lo portò a Capo Teraya, sulla costa ovest del Giappone. A piedi, percorrendo strade secondarie, attraversò le province di Ishikawa, Toyama, Niigata, entrò in quella di Fukushima e raggiunse la città di Shirakawa, la aggirò sul lato est e aspettò due giorni un uomo vestito di nero che lo bendò e lo portò al villaggio di Hara Kei.

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Il mondo senza nome dei nuovi barbari

Lì lo spettacolo è affascinante: sono persone a cui non manca l’intelligenza, che crede sinceramente di costruire un mondo migliore per i propri figli, che coltiva una certa idea di bellezza, che non disprezza affatto il passato, che domina le tecniche e che sostanzialmente ha una matrice umanistico-scientifica: eppure, nel momento di disegnare il futuro, se non addirittura il presente, non fa uso di strumenti che vengono dalla tradizione e fonda il loro ragionare e il loro fare su principi affatto nuovi che, alle volte, ottengono perfino l’effetto collaterale di distruggere, alla radice, interi patrimoni di sapere e di sensibilità che giacciono nel patrimonio condiviso dell’attuale civiltà. Di fronte a questo, io vedo lo sforzo immane di ricostruire un nuovo umanesimo a partire da premesse diverse, evidentemente più adatte al mondo com’è oggi.

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2026, la vittoria dei barbari/2

Mi ha molto intrigato l’ articolo di Alessandro Baricco pubblicato da Repubblica il 26 agosto con il titolo “2026 – La vittoria dei barbari”. Mi ha intrigato fin dalle prime righe: «Ci crediate o no, quest’ articolo l’ ho scritto nel luglio 2026, cioè tra sedici anni. Diciamo che mi sono portato un po’ avanti col lavoro. Prendetela così». Baricco è un maestro di scrittura, ne conosce i trucchi e i modi per attirare il lettore e incatenarlo al testo e così ha fatto anche stavolta. Con me c’ è riuscito. Quattro anni fa scrisse una serie di articoli sul nostro giornale e ne trasse poi un libro che ebbe molto successo intitolandolo “I barbari”. Da allora questo tema è stato al centro del dibattito sull’ epoca che stiamo vivendo e sulle caratteristiche che la distinguono. Ne ho parlato anch’ io nel mio ultimo libro Per l’ alto mare aperto dove ho sostenuto la tesi che la modernità ha concluso il suo percorso culturale durato mezzo millennio ed ha aperto la strada ai nuovi barbari. Sarà compito loro porre le premesse dell’ epoca nuova, del nuovo linguaggio artistico che le darà la sua impronta, dei nuovi significati che motiveranno le sue istituzioni. I barbari in questa accezione non rappresentano necessariamente una fase oscura ma un’ epoca diversa da quella che noi moderni abbiamo costruito e vissuto.

Mi ha molto intrigato l’ articolo di Alessandro Baricco pubblicato da Repubblica il 26 agosto con il titolo “2026 – La vittoria dei barbari”. Mi ha intrigato fin dalle prime righe: «Ci crediate o no, quest’ articolo l’ ho scritto nel luglio 2026, cioè tra sedici anni. Diciamo che mi sono portato un po’ avanti col lavoro. Prendetela così». Baricco è un maestro di scrittura, ne conosce i trucchi e i modi per attirare il lettore e incatenarlo al testo e così ha fatto anche stavolta. Con me c’ è riuscito. Quattro anni fa scrisse una serie di articoli sul nostro giornale e ne trasse poi un libro che ebbe molto successo intitolandolo “I barbari”. Da allora questo tema è stato al centro del dibattito sull’ epoca che stiamo vivendo e sulle caratteristiche che la distinguono. Ne ho parlato anch’ io nel mio ultimo libro Per l’ alto mare aperto dove ho sostenuto la tesi che la modernità ha concluso il suo percorso culturale durato mezzo millennio ed ha aperto la strada ai nuovi barbari. Sarà compito loro porre le premesse dell’ epoca nuova, del nuovo linguaggio artistico che le darà la sua impronta, dei nuovi significati che motiveranno le sue istituzioni. I barbari in questa accezione non rappresentano necessariamente una fase oscura ma un’ epoca diversa da quella che noi moderni abbiamo costruito e vissuto. Leggi tutto “2026, la vittoria dei barbari/2”