
Io non tornavo in montagna da dieci anni. Fino ai venti ci avevo trascorso tutte le mie estati. Da bambino di città, allevato in appartamento, cresciuto in un quartiere in cui non era possibile scendere in cortile o per strada, la montagna aveva rappresentato per me l’idea più assoluta di libertà. Avevo imparato a muovermi lassù con un’iniziale brutalità e poi molta naturalezza, come altri bambini imparano a nuotare perché un adulto li butta in acqua: a otto o nove anni avevo cominciato a calpestare i ghiacciai e a mettere le mani sulla roccia, e presto ero stato molto più a mio agio sui sentieri che per le strade della mia città. Per dieci mesi all’anno mi sentivo costretto in abiti buoni, e in un sistema di autorità e di regole a cui obbedire; in montagna mi sbarazzavo di tutto e liberavo la mia natura. Era una libertà diversa da chi è libero di viaggiare e incontrare persone, o di passare la notte a bere, cantare e corteggiare le donne, o di trovarsi dei compagni con cui salpare per grandi imprese. Tutte libertà che apprezzo, tanto che a vent’anni mi sembrava importante esplorarle a fondo, ma a trenta avevo quasi dimenticato cos’era stare da solo in un bosco, o immergermi in un torrente, o correre sul filo di una cresta dopo cui c’è soltanto cielo. Quelle cose le avevo fatte ed erano i miei ricordi più felici. Il giovane uomo urbano che ero diventato mi sembrava l’esatto contrario di quel ragazzo selvatico, così nacque in me il desiderio di andare a cercarlo. Non era tanto un bisogno di partire, quanto di tornare; non di scoprire una parte sconosciuta di me quanto di ritrovarne una antica e profonda, che sentivo di avere perduto.
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