Pin è seduto sulla cresta della montagna, solo: rocce pelose d’arbusti scendono a picco ai suoi piedi, e s’aprono vallate, fin giù nel fondo dove scorrono neri fiumi. Lunghe nuvole salgono per i versanti e cancellano i paesi spersi e gli alberi. E successo un fatto irrimediabile, ormai: come quando ha rubato la pistola al marinaio, come quando ha abbandonato gli uomini dell’osteria, come quando è scappato dalla prigione. Non potrà più ritornare con gli uomini del distaccamento, non potrà mai combattere con loro.
È triste essere come lui, un bambino nel mondo dei grandi, sempre un bambino, trattato dai grandi come qualcosa di divertente e di noioso; e non poter usare quelle loro cose misteriose ed eccitanti, armi e donne, non potere far mai parte dei loro giochi. Ma Pin un giorno diventerà grande, e potrà essere cattivo con tutti, vendicarsi di quelli che non sono stati buoni con lui: Pin vorrebbe essere grande già adesso, o meglio, non grande, ma ammirato o temuto pur restando com’è, essere bambino e insieme capo dei grandi, per qualche impresa meravigliosa.
Ecco, Pin ora andrà via, lontano da questi posti ventosi e sconosciuti, nel suo regno, il fossato, nel suo posto magico dove fanno il nido i ragni. Là c’è la sua pistola seppellita, dal nome misterioso: pi-trentotto; Pin farà il partigiano per conto suo, con la sua pistola, senza nessuno che gli storca le braccia fino quasi a rompergliele, senza nessuno che lo mandi a sotterrare i falchi per rotolarsi in mezzo ai rododendri, il maschio con la femmina. Pin farà cose meravigliose, sempre da solo, ucciderà un ufficiale, un capitano: il capitano di sua sorella cagna e spia. Allora tutti gli uomini lo rispetteranno e lo vorranno con loro in battaglia: forse gli insegneranno a maneggiare il mitragliatore. E la Giglia non gli dirà più: – Cantacene un po’ una, Pin, – per potersi strofinare addosso all’amante, non avrà più amanti, la Giglia, e un giorno si lascerà toccare il seno da lui, Pin, il seno rosa e caldo sotto la camicia da uomo.
Pin sta andando per i sentieri che scendono dal Passo della Mezzaluna, a grandi passi: ha una lunga strada davanti a sé. Ma intanto s’accorge che l’entusiasmo dei suoi propositi è falso, voluto; s’accorge d’essere sicuro che le sue fantasticherie non s’avvereranno mai e che lui continuerà a vagabondare bambino povero e sperduto.
Pin cammina tutto il giorno. Incontra posti dove si potrebbero fare bellissimi giochi: pietre bianche su cui saltare e alberi contorti su cui arrampicarsi; vede scoiattoli in cima ai pini, bisce che s’appiattiscono nei rovi, tutti bersagli buoni per tiri di sassi; ma Pin non ha voglia di giocare e continua a camminare a perdifiato, con una tristezza che gli annuvola la gola.
Si ferma a chieder da mangiare in una casa. Ci stanno due vecchini, marito e moglie, soli soli, padroni di capre. I due vecchi accolgono Pin e gli danno castagne e latte, e gli parlano dei loro figli tutti prigionieri lontano, poi si mettono vicini al focolare a dire il rosario e vogliono farlo dire anche a Pin.
Ma Pin non è abituato a trattare con la gente buona e si trova a disagio, e nemmeno a dire il rosario è abituato; così mentre i due vecchi ruminano le preghiere, a occhi chiusi, lui scende dalla sua sedia piano piano e va via.
La notte dorme in un buco scavato in un pagliaio e al mattino riprende il cammino, per luoghi più pericolosi, intestati dai tedeschi. Ma Pin sa che essere un bambino è comodo alle volte, e che se anche dicesse che è un partigiano non ci crederebbe nessuno.
A un certo momento, un posto di blocco gli sbarra la via. I tedeschi lo smicciano di lontano, di sotto agli elmi. Pin si fa avanti con faccia tosta.
– La pecora, – dice, – avete mica visto la mia pecora?
– Was? – I tedeschi non capiscono.
– Una pecora. Pe-co-ra. Bèeee… Bèeee…
l tedeschi ridono: hanno capito. Con quella zazzera e così infagottato, Pin potrebbe essere anche un piccolo pastore.
– Ho perduto una pecora, – piagnucola, – è passata di qua, sicuro. Dove è andata? – e Pin s’intrufola e cammina via, chiamando: – Beeee… Beeee… – Anche questa è passata.
Il mare che ieri era un torbido fondo di nuvola ai margini del cielo, si fa una striscia d’un cupo sempre più denso ed ora è un grande urlo azzurro al di là d’una balaustra di colline e case.
Pin è al suo torrente. È una sera con poche rane; girini neri fanno vibrare l’acqua delle pozze. Il sentiero dei nidi di ragno sale su da quel punto, oltre quel canneto. È un posto magico, noto solo a Pin. Laggiù Pin potrà fare strani incantesimi, diventare un re, Lui dio. Sale per il sentiero, a cuore in gola. Ecco i nidi: ma la terra è smossa, dappertutto si direbbe che una mano è passata, strappando l’erba, muovendo le pietre, distruggendo le tane, rompendo gli intonachi d’erba biascicata: è stato Pelle! Pelle sapeva il posto: è stato li con le labbra sbavate tremanti d’ira, ha scavato il terriccio con le unghie, ha ficcato stecchi nelle gallerie, ha ucciso tutti i ragni uno per uno, per cercare la pistola pi-trentotto! Ma l’ha trovata? Pin non riconosce più il punto: le pietre che aveva messo non ci sono più, l’erba è strappata a cespi. Doveva essere qui, c’è ancora la nicchia scavata da lui, ma è piena di terriccio e frammenti di tufo.
Italo Calvino – Il sentiero dei nidi di ragno