Non c’è coesione sociale senza lavoro, non c’è lavoro stabile nel tempo senza impresa, non c’è impresa senza persone, gli imprenditori, che rischiano in proprio per trasformare un’idea in bene o in un servizio: questo era vero ieri e lo sarà anche domani. (…)
In parallelo alla ricerca di una leadership occorre investire sulla valenza culturale del fare impresa: sarà più facile fare rappresentanza di interessi quando sarà accettato da strati molto più ampi di popolazione rispetto a oggi il valore dell’impresa e dell’imprenditore. Ricordo che ancora pochi giorni fa il più importante uomo dell’opposizione, al di là dei ruoli nel partito democratico, definì «padronale, cioè aziendale» l’azione del primo ministro.
L’imprenditore per alcuni è ancora il padrone, l’azienda al fondo un luogo di strutturale conflitto e un ufficio pagatore. Oggi, invece, l’impresa, soprattutto quella di piccole e medie dimensioni, in molti casi è uno spazio privilegiato dove poter vedere una passione in azione, almeno quella dell’imprenditore, dove fare esperienza di un’unità costruttiva, dove poter trasmettere e apprendere una tradizione operativa e al tempo stesso confrontarsi con la necessità dell’innovazione. Una realtà al fondo educativa perché entusiasmo e passione, unità e progettualità, confronto intergenerazionale e responsabilità personale sono elementi, insieme ad altri, di ogni percorso educativo.
Con la fragilità della famiglia, l’impoverimento della scuola e l’astrattezza dello Stato, l’impresa, con le sue evidenti dinamiche di incontro di interessi, può rappresentare uno spazio educativo privilegiato. Dico l’impresa come spazio di incontro tra destini, bisogni e talenti ed è chiaro che penso dunque soprattutto alla piccola realtà produttiva dislocata nei centri della provincia più che alle filiali delle multinazionali con uffici nel centro delle grandi città. Ma la differenza la fa la persona e dunque è un’esperienza possibile ovunque.
ilsussidiario.net – Paolo Preti