Intervista di Goffredo Fofi a Marino Sinibaldi direttore del terzo programma radiofonico della Rai.
Come è possibile che la radio continui a essere un mezzo così importante, così presente? E non in decadenza come accade alla stampa?
Si potrebbe rispondere così: perché la radio ha insieme maggiore leggerezza e maggiore intensità e le due cose – apparentemente contraddittorie – si alimentano a vicenda. Alla radio è accaduto, alla fine di una storia lunga quasi un secolo, di subire una metamorfosi radicale e di diventare un mezzo leggero, lieve, prossimo a chi lo fa e a chi lo ascolta, anche tecnicamente “facile”. Anche per il fatto che non ci siano sulla radio gli investimenti e le attenzioni che riguardano altri mezzi di comunicazione (non esiste per ora una radio Mediaset: questo implica già un po’ più di libertà…). Il paradosso sta nel fatto che la radio delle origini era tutto il contrario: una cosa fisicamente enorme, ingombrante e immobile, che occupava il centro della casa e aveva una grande autorevolezza. (…) Poi tutto cambia a metà degli anni cinquanta dopo l’invenzione del transistor, che di colpo rende la radio enormemente meno ingombrante, permette che sia piccola e portatile.(…) Nello stesso tempo, a metà degli anni cinquanta, esplode la musica rock, cioè nasce qualcosa che rompe di netto la continuità tra le generazioni. Diventa tecnicamente possibile possedere delle piccole radio personali, ma è desiderabile farlo perché c’è un suono e un linguaggio – la musica rock, appunto – fatto per spaccare le famiglie. Era come se i giovani affermassero: “Io non voglio starmene in salotto ad ascoltare la radio di papà”. (…) Quella rivoluzione potrebbe insegnarci qualcosa ancora oggi, soprattutto rispetto alla galassia del Web: se una tecnologia non ha un contenuto e non genera un desiderio, non si afferma. La radio questo contenuto lo aveva, era la musica rock con tutto quello che comportava, una rottura non solo generazionale che preparava e anticipava quelle degli anni sessanta. In tutti i sensi, la radio diventava un mezzo più mobile, più vicino, non confinato nelle quattro mura di casa. Possiamo ricorrere a una parola un po’ astratta, prossimità: da allora la radio è prossima all’ascoltatore, ha una prossimità anche fisica, percettiva, mentale che genera una relazione particolare, emotiva, quasi affettiva, direi. (…)
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Avevo tre, quattro anni, erano tempi di guerra, e accompagnavo mia zia che portava i panni lavati da lei e dalle altre donne di casa, in campagna, ai conventi di Gubbio su un carretto trainato da un’asina, e ci fermammo davanti un’osteria dalla quale usciva una bellissima musica e una voce di donna, che poi seppi essere quella di Norma Bruni, quella di “abbassa la tua radio per favor” che cantava “Tu, solamente tu” e non capivo da dove venisse quella meraviglia…
Questo tuo ricordo suggerisce due caratteristiche decisive della radio, una percettiva e l’altra sociologica. La radio ha solo l’ascolto, si rivolge esclusivamente all’udito. E cosa succede quando tu offri un linguaggio che non satura i sensi? Ovviamente l’ascolto radiofonico come la lettura sono già dal punto di vista percettivo diversi dal cinema, la televisione e il teatro, che i sensi (vista e udito, che sono i principali del contatto immateriale) li saturano. La mia posizione a favore del libro e della radio nasce dal fatto che la nostra capacità di invenzione, di immaginazione e di pensiero, sia emotivo che razionale, è intensificata dal fatto che con questi mezzi i sensi non sono saturati, restano in parte liberi. Può essere una banalità, ma se tu ascolti la radio o leggi un libro devi per forza fare qualcosa, immaginarti qualcosa, pensare da solo, metterci del tuo, aggiungere qualcosa di tuo. La televisione questo non te lo chiede e non te lo permette perché, per sua natura, ti riempie e ti invita alla passività, ti coinvolge così. Come la lettura, la radio ha un aspetto percettivo particolare, richiede un qualche impegno o coinvolgimento personale, provoca una sorpresa, uno shock, un’interrogazione, e stimola un immaginario, a partire da quella sensazione di “essere avvolto” che tu descrivi bene in quella tua scena infantile.
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Il rischio nell’Italia di oggi è infatti quello della chiacchiera “democratica”. Tutti parlano, si esprimono, e non pensano. La grande idea di una democrazia che parte dal basso si è trasformata nella negazione della democrazia. Tutti parlano e nessuno dice niente, anche se gli si lascia l’illusione di contare. è il modo in cui si oliano i meccanismi del consenso. La radio finisce così per avere due anime: una “democratica” tra virgolette, una “pedagogica” quando è ben fatta…
La pedagogia di Radio3 se c’è – e io ritengo inevitabile che ci sia – è alta, no? Se non altro perché proponiamo musica, arte, teatro, cinema, letteratura… Ma capisco cosa temi quando parli di democrazia. La sfida sta nel tenere insieme differenza e uguaglianza. Credo di citare qualcuno – non ricordo chi – , ma l’arte è l’unico luogo nel quale effettivamente io posso riconoscere e accettare la differenza senza pregiudicare minimamente la mia umanità, come invece accade per le differenze economiche e sociali. Il linguaggio di Radio3 è già un linguaggio della differenza, perché mette al centro cose che altrove sono assenti o marginali, usate “decorativamente” nella comunicazione di massa. (…) Sai chi ci piace far intervenire? Chi ha un’esperienza e chi ha una competenza. Le voci, gli sguardi cui ci fa piacere ricorrere sono quelli che portano un’esperienza, e tu sai quante ce ne sono in giro di valide, e non solo “resistenti”, per esempio nel mondo della scuola, attraverso le quali puoi verificare quanta distanza ci sia tra le mistificazioni dell’informazione e della politica su questo campo e il lavoro concreto di chi ci sta dentro(…). E poi cerchiamo di riconoscere la qualità del lavoro intellettuale. Anche se oggi è molto difficile perché sai quanto la categoria sia irresponsabile ed evanescente, però ci sono pur sempre delle competenze e delle esperienze che possono avere sguardi importanti e differenti del presente e anche del passato, sguardi di cui noi riconosciamo la differenza. (…)
Nella tua visione della radio emergono dunque due chiavi, quella dell’eccellenza e quella della democrazia. Quest’ultima mi sembra la strada più delicata. Un lavoro di scavo e di alta qualità è possibile, mentre riuscire a ottenere dagli ascoltatori una partecipazione adeguata è forse più difficile.
Ci sono tre parole chiave, per noi. (…) La prima è che Radio3 si deve occupare delle cose belle della vita, come la musica, la letteratura, l’arte, in cui la possibilità di incontrare la bellezza è sempre presente. La seconda è intelligenza: le cose che proponiamo devono darci una certa intelligenza del mondo, non solo della sua realtà immediata (…) ma anche quella più profonda e “misteriosa” (il mistero di noi stessi, che resta il principale, no?). E la terza parola chiave è contemporaneità. (…) La contemporaneità significa non essere succubi del presente ma riuscire a stare davanti ai problemi del proprio tempo con la capacità di valorizzare tutta quella magnifica tradizione di bellezza e intelligenza del mondo per quello che può dirci e darci anche rispetto all’oggi. E poi c’è una contemporaneità più immediata perché la radio sta dentro le giornate delle persone (…). La radio la senti in macchina, mentre leggi o stiri. Per questo ci piace, con tutti i rischi che tu temi, far parlare le voci d’oggi. La salvezza è mescolare voci comuni con voci non comuni. La salvezza, si potrebbe dire, è il concerto di Mozart (…), è una bellezza che non va nascosta. L’uomo d’oggi è contaminato (siamo tutti contaminati), e noi dobbiamo offrirgli elementi di non mediocrità. Dobbiamo dimostrare che il meglio è possibile.
Fonte: http://www.lostraniero.net