Michele Strogoff

Durante i primi momenti del viaggio, nel sentirsi trasportare a tutta velocità, Nadia stette senza parlare. Poi, sempre ossessionata da un unico pensiero, quello di giungere, disse:
– Ho contato trecento verste fra Perm ed Ekaterinburg, fratello! Mi sono sbagliata?
– No, non ti sei sbagliata, Nadia, – rispose Michele Strogoff, – e quando avremo raggiunto Ekaterinburg, saremo ai piedi dei monti Urali, sul loro versante opposto.
– Quanto durerà questa traversata in mezzo alle montagne?
– Quarantotto ore, perchè viaggeremo notte e giorno. Dico notte e giorno, Nadia, – aggiunse, – poichè non posso arrestarmi neppure un istante, e bisogna che corra senza posa verso Irkutsk.
– Durante l’inverno ci saremmo arrivati più rapidamente e senza rischi, non è vero?
– Sì, soprattutto più rapidamente, ma tu avresti sofferto molto per il freddo e per la neve!
– Che cosa importa? L’inverno è amico del russo.
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Stagioni

Al mattino gli stagni degli abbeveratoi sono velati dal ghiaccio e nelle zone in ombra la brina giorno dopo giorno aumenta la sua consistenza. Uno sparo lontano ti farà ricordare che il tempo della caccia sta per finire. Forse in un capanno dove si erano posate le cesene; su quel lepre che poco prima hai seguito con la voce dei segugi: andavano per boschi e dossi e sentivi i cani ora vicini ora lontani; spegnersi, poi riprendere. Allora con questo “suonar di bracchetti” ti accorgi anche di altri suoni: un sommesso e flautato zufolare di ciuffolotti confidenti sugli apici del bosco, la voce di un pettirosso dentro un cespuglio di rosa canina, un corvo imperiale solitario che vola alto e richiama la compagna che era rimasta indietro, la corsa di un capriolo e un suono di campane che il bel tempo di porta da ponente.

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La montagna incantata

La montagna incantataSarebbe stato difficile definire la sua età; poteva oscillare fra i trenta e i quaranta, poichè quantunque avesse un aspetto giovanile, i suoi capelli erano argentei alle tempie e, al sommo del capo già alquanto radi. Due infossature ai lati del cranio sottile e piccolo rendevano più alta la sua fronte. Il vestito: calzoni larghi a quadri d’un giallo chiaro, e una giacca troppo larga e troppo lunga, munita di due file di bottoni e con risvolti molto ampi, era ben lungi dall’avere pretese di eleganza; anche il colletto inamidato era logoro agli angoli per le molte lavature subite, la cravatta era sciupata, i polsini parevano mancare. Almeno Giovanni Castorp lo suppose, vedendo le maniche appoggiarsi flosce ai polsi. Ciononostante il giovanotto capì benissimo di avere davanti a sè un signore; l’espressione del viso dello straniero, il suo portamento disinvolto, anzi leggiadro, non lasciavano dubbi in proposito. Ma quel misto di trascuratezza e di grazia, gli occhi neri e quei baffi leggermente arricciati, ricordavano subito a Giovanni Castorp certi suonatori stranieri che durante le feste di Natale venivano a suonare sotto le finestre e poi guardavano in su coi loro occhi di velluto tendendo il cappello per vedere se dalle finestre si buttava loro qualche soldo. “Un suonatore di organetto”, disse fra sè; non gli fece meraviglia il nome che Gioacchino pronunziò, alzandosi dalla panchina, nell’atto di presentargli quel signore.

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Il giardino segreto

Il giardino segreto– Dev’essere molto presto – pensò. – Le nuvolette sono tutte rosa, e non ho mai visto il cielo di questo colore. Nessuno è alzato, non sento neanche gli stallieri giù nelle scuderie. –

Un nuovo pensiero la fece, d’un tratto, saltare in pedi: – Non posso aspettare. Vado in giardino! –

Aveva imparato a vestirsi da sè, cosicchè, dopo cinque minuti, era tutta pronta. Conosceva una piccola porticina, facile da aprirsi, e volò giù per le scale, con le sole calze, mettendosi le scarpe solo nell’anticamera.

Tolse il paletto, girò la chiave, aprì, poi corse fuori, nel sentiero, sull’erba verde.

Il sole la riscaldava, ed ella udiva dei gorgheggi, dei trilli, dei canti, che parevano uscire da ogni cespuglio e da ogni albero.

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Rasmus e il vagabondo

Rasmus e il vagabondoIn verità aveva ancora sonno e si sentiva molto stanco, ma non voleva dar noia a Oscar, che stava procedendo allegramente a gran passi.
“Vieni, cercheremo un buco dove puoi scaldarti e dormire”.
“Mica ci si può mettere a dormire a metà giornata” disse Rasmus sorpreso. “Mi sono appena alzato”.
“I vagabondi possono” sentenziò Oscar.
Così finalmente Rasmus capì che cosa significa fare il vagabondo; di colpo intuì tutta la meraviglia della sua nuova vita: si poteva fare tutto quello che si voleva. Mangiare, dormire, girare il mondo come e quando capitava: un vagabondo era libero, totalmente libero come un uccello nel bosco.
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Cion Cion Blu

Cion Cion BluOrmai intorno non c’era più neanche una casa e la stradina, fiancheggiata da due muretti bassi, passava in mezzo a delle grandi risaie piene d’acqua. Poi i muretti cominciarono a coprirsi di lunghi rampicanti con le foglie lucenti e con tanti fiorellini bianchi.
“Che notte profumata!” disse Cion Cion Blu “Questo profumo poi è il più buono di tutti.”
“Sono i gelsomini!” esclamò felice l’imperatore “I fiori della mia bella ragazza del fiume, i fiori del mio tè preferito.”
In fondo alla stradina apparve una casina piccolissima. Era completamente coperta di foglioline verdi e di migliaia e migliaia di stelline bianche di gelsomini che sembrava ci fosse nevicato. In basso c’era soltanto una porticina con un’insegna rossa su cui era scritto in bianco: “Ron Fon – Ciabattino”. In alto c’era una finestra illuminata in cui, attraverso l’intreccio fiorito di gelsomini, si vedeva una ragazza dagli occhi verdi e dai capelli neri; era vestita di un abito verde a fiorellini bianchi di gelsomino. La ragazza cantava con una vocina dolce come marmellata di albicocche e intanto ricamava dei gelsomini su una pantofola blu orlata d’arancione.
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La linea d’ombra

OtagoMa non mi sentivo preoccupato. Avevo ormai abbastanza familiarità con l’Arcipelago. Estrema pazienza ed estrema attenzione mi avrebbero guidato attraverso quella regione di terre sparse, di brezze deboli, di bonacce in mare fin dove avrei finalmente sentito la mia nave lanciarsi sulle grandi onde lunghe e sbandare al grande soffio degli alisei, che le avrebbero dato la sensazione di una vita più ampia, più intensa. Leggi tutto “La linea d’ombra”

Pinocchio

PinocchioGeppetto, che di tutto quel discorso arruffato aveva capito una cosa sola, cioè che il burattino sentiva morirsi dalla gran fame, tirò fuori di tasca tre pere, e porgendogliele disse: “Queste tre pere erano per la mia colazione: ma io te le do volentieri. Mangiale, e buon pro ti faccia.”

“Se volete che le mangi, fatemi il piacere di sbucciarle.”

“Sbucciarle?” replicò Geppetto meravigliato “Non avrei mai creduto, ragazzo mio, che tu fossi così boccuccia e così schizzinoso di palato. Male! In questo mondo, fin da bambini, bisogna avvezzarsi abboccati e a saper mangiare di tutto, perchè non si sa mai quel chi ci può capitare. I casi sono tanti!”

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Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare

Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volareZorba leccò la testa della piccola gabbiana. Rimpianse di non aver chiesto alla madre come si chiamava, perchè se la figlia era destinata a proseguire il suo volo interrotto dalla disgrazia, sarebbe stato bello che portasse lo stesso nome.

“Visto che la pulcina ha avuto la fortuna di cadere sotto la nostra protezione” miagolò Colonnello, “propongo di chiamarla Fortunata”.

“Per il fegato del merluzzo! E’ un bel nome!” approvò contento Sopravento. “Mi ricorda una splendida goletta che ho visto una volta nel mar Baltico. Si chiamava così, Fortunatam ed era tutta bianca”.

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Mio piccolo Mio

Mio piccolo MioLaggiù un pastorello suonava un flauto di legno: una strana melodia che mi pareva di aver già sentito, non so dove. Di sicuro non in via Uppland.

Ci arrestammo a parlare col pastorello. Si chiamava Nanno. Lo pregai di prestarmi per un attimo il suo zufolo, ed egli mi insegnò anche a suonare la melodia di prima.

“Se volete, posso farvi un flauto per uno” disse Nanno.

Non ci pareva vero. Un ruscello scorreva lì accanto e un salice lasciava pendere i rami fino all’acqua. Nanno andò a tagliare un ramo del salice e mentre lui intagliava i nostri flauti di legno, noi ce ne stavamo seduti sulla sponda a sguazzare con i piedi nell’acqua. Anche Jum-Jum imparò a suonare quella strana melodia; Nanno disse che era antica, più antica di qualsiasi melodia del mondo. I pastori la suonavano nei pascoli già da migliaia e migliaia di anni fa, disse Nanno.

Lo ringraziammo per averci fatto i flauti e per averci insegnato quella musica antica. Poi rimontammo su Miramis e ci allontanammo al galoppo. Sempre più lontano risuonava il flauto di Nanno.

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