Sarebbe stato difficile definire la sua età; poteva oscillare fra i trenta e i quaranta, poichè quantunque avesse un aspetto giovanile, i suoi capelli erano argentei alle tempie e, al sommo del capo già alquanto radi. Due infossature ai lati del cranio sottile e piccolo rendevano più alta la sua fronte. Il vestito: calzoni larghi a quadri d’un giallo chiaro, e una giacca troppo larga e troppo lunga, munita di due file di bottoni e con risvolti molto ampi, era ben lungi dall’avere pretese di eleganza; anche il colletto inamidato era logoro agli angoli per le molte lavature subite, la cravatta era sciupata, i polsini parevano mancare. Almeno Giovanni Castorp lo suppose, vedendo le maniche appoggiarsi flosce ai polsi. Ciononostante il giovanotto capì benissimo di avere davanti a sè un signore; l’espressione del viso dello straniero, il suo portamento disinvolto, anzi leggiadro, non lasciavano dubbi in proposito. Ma quel misto di trascuratezza e di grazia, gli occhi neri e quei baffi leggermente arricciati, ricordavano subito a Giovanni Castorp certi suonatori stranieri che durante le feste di Natale venivano a suonare sotto le finestre e poi guardavano in su coi loro occhi di velluto tendendo il cappello per vedere se dalle finestre si buttava loro qualche soldo. “Un suonatore di organetto”, disse fra sè; non gli fece meraviglia il nome che Gioacchino pronunziò, alzandosi dalla panchina, nell’atto di presentargli quel signore.
– Mio cugino Castorp; il signor Settembrini.
Giovanni Castorp s’era alzato anche lui per salutare. Aveva i segni dell’ilarità ancora dipinti sul volto. Ma l’Italiano, fermo davanti a loro nella sua posa caratteristica, li pregò di non incomodarsi. Sorrideva là in piedi, e osservava i cugini, in modo speciale Giovanni Castorp. E quella piega sottile, leggera, alquanto ironica, all’angolo della sua bocca sotto i baffi, proprio dove questi si rialzavano in bella curva, era di una strana efficacia, pareva in un certo qual modo derivare da chiarezza e da vigilanza di spirito, e fece tornare sul momento alla ragione Giovanni Castorp che ne rimase vergognato.
Settembrini disse: – I signori sono allegri… e con ragione, con ragione. Una mattinata magnifica! Il cielo è azzurro, il sole ride, – e con una mossa leggera e graziosa del braccio alzò la mano piccola e giallastra al cielo, mentre inviava lassù un allegro sguardo di sbieco. – Si potrebbe davvero dimenticare il luogo dove siamo.
Parlava senza accento straniero, solo dall’esattezza della pronuncia si poteva riconoscere il forestiero. Le sue labbra formavano le parole con un certo godimento. Lo si ascoltava con piacere.
– Ha fatto buon viaggio fin qui, il signore? – disse rivolgendosi a Giovanni Castorp… – E’ già in possesso del risultato della sua visita? Voglio dire: ha già avuto luogo la cupa cerimonia del primo esame? – Qui egli avrebbe dovuto tacere, e aspettare, se gli fosse importato di udire, poichè aveva posto la domanda e Giovanni Castorp si accingeva a rispondere. Invece continuò subito a domandare: – E’ andata in modo soddifacente? Dalla sua voglia di ridere… – e tacque un momento, mentre la piega leggera dell’angolo della bocca si faceva più profonda – si possono trarre varie conclusioni. Quanti mesi le hanno prescritto i nostri Minosse e Radamanto? Devo indovinare? Sei o nove? Non si è spilorci qui…
Giovanni Castorp rise meravigliato, e intanto cercava di ricordarsi chi fossero Minosse e Radamanto. Poi rispose: – Ma lei è in errore, signor Septem…
– Settembrini, – corresse l’Italiano con slancio e chiarezza inchinandosi con fare umoristico.
– Signor Settembrini. Scusi. Dunque lei si sbaglia. Io non sono malato. Son venuto qui a trovare mio cugino Ziemssen e approfitto dell’occasione per rimettermi un poco…
– Per mille bombe, lei non è dei nostri? Lei è sano, è soltanto ospite qui come Ulisse nel regno delle ombre? E’ un bell’ardimento lo scendere qui nel profondo dove abitano i morti dell’insensatezza e dell’annientamento.
– Nel profondo, signor Settembrini? La prego! Sono salito cinquemila piedi per venire da voi.
– Le è parso soltanto. Parola mia, fu una pura illusione, – disse l’Italiano con un movimento deciso della mano. – Noi siamo esseri caduti molto in basso, vero, tenente? – disse rivolgendosi a Gioacchino.
Questi si sentì vellicare piacevolmente dal titolo che Settembrini gli aveva dato; non volle però tradire la sua intima soddisfazione e rispose pacatamente: – Si, noi siamo in realtà alquanto deteriorati e rimbecilliti, ma possiamo raffazzonarci alla bell’e meglio.
Thomas Mann – La montagna incantata