
L’ultima sera viene una Tramontana dolce, profumata di assenzio, un vento da regata Che pulisce ii cielo da cima a fondo. Lo pulisce al punto che quando esco a vedere il tramonto l’orizzonte si mostra trasfigurato. Per la prima volta il Sole non si inabissa in mare ma dietro una linea di montagne che non avevo mai visto. La visibilità è di cento miglia almeno, e la Fatamorgana è lì, a portata di mano. A ovest, un susseguirsi di gobbe violacee, come di balena, nuota in un cielo liquido che ha il colore dei melone appena aperto. É già raro vedere la costa del Continente: questa sera l’occhio arriva alla sua colonna vertebrale.
Spesso, alla vigilia dei distacchi, il luogo amato si agghinda al meglio. Anche l’Isola, questa sera, ce la mette tutta per ararmi l’anima. Emana la bellezza languida e il profumo di un’odalisca ottomana. Nel primo quarto di Luna riconosco, con un tuffo al cuore, la fetta di cipolla cruda con cui si chiude Omeros, il capolavoro di Derek Walcott. A est, nell’ultima luce, la brughiera umida diventa smeraldo, di una tonalità calda e piena come i vulcani di Capo Verde. La superficie sconfinata del pelago non è né ruvida né liscia, ma increspata e del più greco color del vino. E intanto l’Isola naviga quietamente in questa distesa, lasciando a poppa, dal lato opposto al vento, una scia traslucida e liscia come di olio versato in mare.
Sul muretto in cima al precipizio metto un vassoio di peperonata, del pane, una bottiglia di Malvasia fredda con dei bicchieri, e invito Nicola, Maria e Tommy per un brindisi di addio. Navi lontane transumano come costellazioni, e intanto i villaggi, a uno a uno, accendono piccole, tremule nebulose sull’arcipelago e la terraferma. Non c’è bisogno di molte parole. Basta il tintinnare dei calici. Quando il buio è quasi completo, mi seggo ai piedi del muretto a salutare i segni zodiacali che hanno scandito il mio tempo sull’isola. I minuti non finiscono mai e la felicità dell’attimo non è guastata, ma accentuata dalla percezione dell’effimero. L’orizzonte celeste ruota assieme alla lampada del faro. Ne sento gli ingranaggi, il ticchettio.
“Look! lt’s very busy, there in the sky!” grida Tommy strappandomi ai pensieri, e mi mostra una tempesta di stelle cadenti. Rimbalzano, come il riso lanciato agli sposi sul sagrato di una chiesa. Sì, c’è movimento in cielo, questa notte. Anche la mia metamorfosi si sta completando. Vi hanno contribuito il vento, il martellare dei frangenti, la solitudine, l’assenza di noie. Ma a restituirmi il tempo è stato soprattutto il magnifico silenzio della Rete, di cui ho goduto in queste settimane senza Internet. Le mie giornate duravano il doppio. Dimostravano il mostruoso furto perpetrato dal web. L’assenza di navigazione nel ciberspazio svelava orizzonti illimitati della navigazione in mare, e anche quella dentro me stesso.
Sono ridiventato padrone del tempo. La contabilità delle cose fatte e dei pensieri maturati sotto quella luce rotante dice che sono stato sull’Isola tre mesi, non tre settimane. Sul taccuino, le osservazioni si sono fatte più attente, puntuali. I pensieri sono diventati meno complessi ma più ermetici; hanno acquistato forza per sottrazione, come gli oggetti levigati dal mare. E poi non ero più io a cercarli, i pensieri: erano loro a cercare me. Li racimolavo qua e là girando per l’Isola, come gli asparagi selvatici o i capperi da mettere sotto sale. La scrittura stessa si asciugava, procedeva con note di due-tre righe al massimo, costeggiava i confini dell’incomunicabile.
Vedi spesso un vuoto strano negli occhi di chi torna dagli oceani o dalle grandi montagne della Terra. “Com’è andata?” chiedi. Loro rispondono: “Bene”, e poi basta. Ti restano lì in silenzio, a guardare il tramonto con una birra sul tavolo. Nessun entusiasmo, nessuna febbre nella voce. I grandi marinai conoscono bene questo misterioso ritegno, questo senso di inadeguatezza delle parole davanti alla strapotenza della natura. “Il mio sogno,” mi ha detto un giorno lo skipper triestino Sandro Chersi, “è che tu possa tornare con me da una grande traversata atlantica con il taccuino vuoto. Per essere ripagato, non avrei bisogno della tua scrittura. Mi basterebbe vedere il tuo sguardo quando passi Gibilterra e ogni terra emersa scompare.”
Paolo Rumiz – Il Ciclope
Un’isola uncinata al cielo con le sue rocce plutoniche, attracco difficile, fuori dai tracciati turistici, dove buca il cielo un faro tuttora decisivo per le rotte che legano Oriente e Occidente. Paolo Rumiz, viandante senza pace, va a dividere lo spazio con l’uomo del faro, con i suoi animali domestici: si attiene alle consuetudini di tanta operosa solitudine, spia l’orizzonte, si arrende all’instabilità degli elementi, legge la volta celeste. Nell’isola del faro si impara a decrittare l’arrivo di una tempesta, ad ascoltare il vento, a convivere con gli uccelli, a discorrere di abissi, a riconoscere le mappe smemoranti del nuovo turismo da crociera e i segni che allarmano dei nuovi migranti, a trovare la fraternità silenziosa di un pasto frugale. Rumiz ci porta con sé davanti al Ciclope, dentro il Ciclope, per dirci la scoperta della solitudine, del vivere con poco, della confidenza con il cielo, con il ritmo della luce, con la propria interiorità e l’inquietante meraviglia del mondo. Un “viaggio immobile” diventato avventura dell’anima.