
Il Finisterre era una barca dalle linee gentili. Avevo immaginato un cutter all’inglese, con varie vele al terzo e un conveniente numero di fiocchi, ma avevo davanti a me un’imbarcazione con una sola vela arrotolata attorno a un pennone e un controfiocco avvolto allo strallo.
Era dipinto di verde e tra le giunture del legname appariva il calafataggio, collocato da mani diligenti, senza sfilacciature. L’acqua trasparente del golfo lasciava vedere parte della chiglia, libera da scorie, e il capitano Nilssen mi invitò a salire a bordo.
I dodici metri di lunghezza per quattro di larghezza erano un monumento alla sobrietà. Il timone si trovava a un metro e mezzo dalla poppa, priva di castello. Accanto, come una sentinella, si innalzava la base di bronzo ben polito della bussola, e due anelli di iuta saldamente fissati alla coperta indicavano dove metteva i piedi il timoniere durante le traversate con mare mosso.
A poppa, con i remi corti che riposavano sul ventre, era appesa una scialuppa in grado di trasportare quattro persone. E a due metri dalla prua c’era il boccaporto scorrevole, che mi mostrò l’intimità del Finisterre.
Si notava che la potente alberatura veniva accuratamente lucidata. Vicino alla prua erano sistemate con ordine le attrezzature e gli utensili. Al centro, due brande e un tavolo. Da una parte era fissata la radio, e a poppa c’erano il motore, la pompa di aggottamento, due bidoni di combustibile e la catena del timone, che scendeva verso la chiglia attraverso due aperture di metallo rivestito di gomma.
Ci congedammo dagli Eznaola e Pedro Chico mise mano alla barra del timone per allontanare la barca da riva. Subito spiegò il controfiocco e il Finisterre si mosse con leggiadra rapidità. Facemmo così le prime miglia in direzione sud, sempre sud, e quando il capitano Nilssen issò la vela al terzo stavamo entrando nel Golfo di Penas.
«Prenda il timone. Non abbia paura. Si sta avvicinando alla fine del mistero e io devo indicarle certi punti sulla carta perché capisca meglio tutto ciò che vedrà. Pedro Chico come cuoco non è bravo come il Socio, ma con le sogliole alla brace è insuperabile. Ha mai assaggiato le sogliole cotte nel sale? Si prepari a mangiare qualcosa di buono e faccia attenzione a quanto sto per dirle.
Vede quella macchia a babordo? E l’Isola Javier. Dietro c’è il Canale Chear e una serie di fiordi che si inoltrano fino a venti miglia all’interno del continente. La mattina dell’8 giugno, da sudovest, ci investì a più di quaranta nodi un vento da uragano, che ci impedì di fare la manovra progettata, r cioè di raggiungere il centro del Golfo di Penas ed entrare a tutta velocità nell’imboccatura settentrionale del Canale di Messier. Pensavamo di ormeggiare di nascosto nel Passo del Suroeste, che collega il canale al mare aperto separando le isole Byron e Juan Stuven. Da quella posizione sarebbe stato facile per noi bloccare la via al giapponese, ma quel maledetto vento soffiava sempre più forte e ci obbligò a cercare riparo nel Canale Chear.
Verso mezzogiorno, nel golfo, c’erano onde alte tre metri; a quanto pare il capitano Tanifuji aveva sottovalutato il nome del luogo dove navigava. Il ventaccio e le onde obbligarono anche lui a cercare rifugio, e vedemmo comparire il Nishin Mara all’entrata meridionale del Canale Chear.
Ci separava meno di mezzo miglio. Noi riuscivamo a scorgere tutta la sagoma del Nisbin Maru, mentre loro ci vedevano solo in parte. Al cader della notte ci persero completamente di vista, e allora ci cercarono via radio, attraverso la frequenza della capitaneria di Punta Arenas. Il radio operatore, in uno spagnolo abborracciato, ci chiese se eravamo in difficoltà. Rispondemmo di no, aggiungendo che eravamo pescatori di frutti di mare sorpresi dalla tempesta. Dopo una lunga pausa cercarono di nuovo la comunicazione, questa volta per dirci che stavamo parlando con una nave della marina militare, che eravamo in zona di manovre, e che avevamo l’ordine di salpare verso nord. Rispondemmo: d’accordo, e passammo la notte a osservare le Nishin Mara sull’orizzonte sud.
Luis Sepulveda – Il mondo alla fine del mondo
Il 16 giugno 1988 un inquietante messaggio proveniente dal Cile approda in un’agenzia giornalistica di Amburgo legata a Greenpeace: la nave officina giapponese Nishin Maru, comandata dal capitano Tanifuji ,ha subito gravi danni in acque magellaniche;si registra la perdita di diciotto marinai, insieme a un numero imprecisato di feriti. È l’inizio dell’avventura. Il protagonista,un giornalista cileno esule dal suo paese per motivi politici, grazie a febbrili ricerche e ingegnose congetture giunge alla conclusione che il Nishin Maru stava praticando illegalmente, e del tutto impunito, la caccia alle balene nei mari australi. Una giovane attivista di Greenpeace, inoltre, lo mette in contatto telefonico con un misterioso personaggio, il capitano Jorge Nilssen, che di tutta la faccenda sa senz’altro qualcosa in più…