Il segreto del Bosco Vecchio

Il segreto del Bosco VecchioIn certe notti serene, con la luna grande, si fa festa nei boschi. E’ impossibile stabilire precisamente quando, e non ci sono simboli appariscenti che ne diano preavviso. Lo si capisce da qualcosa di speciale che in quelle occasioni c’è nell’atmosfera. Molti uomini, la maggioranza anzi, non se ne accorgono mai. Altri invece l’avvertono subito. Non c’è niente da insegnare al proposito. E’ questione di sensibilità: alcuni la posseggono di natura; altri non l’avranno mai, e passeranno impassibili, in quelle notti fortunate, lungo le tenebrose foreste, senza neppur sospettare ciò che la dentro succede.

Una notte (il 21 giugno) ci fu festa nel bosco. Il Procolo se ne accorse da solo, verso le 10 di sera. Senza spiegare il perchè domandò subito all’Aiuti, che si era attardato con lui a parlare d’affari, se conoscesse qualche sentiero per entrare nel Bosco Vecchio e se lo potesse accompagnare. L’altro rispose di si.
In mezz’ora giunsero al limite del bosco. Facendosi lume con una lanterna, i due s’inoltrarono per una specie di sentiero verso il cuore della selva, e continuarono a camminare spediti fino all’orlo di un’ampia radura, illuminata dalla luna.
Attorno c’erano abeti vertiginosi, tuttu impregnati di tenebre. In mezzo c’era un prato regolare e vi giaceva attraverso un albero, morto da chissà quanti anni, ormai spoglio di frasche e rami.
In quel punto si svolgeva la festa. Non c’era in verità nulla di appariscente, se si eccetuino i fuochi fatui che scivolavano lungo gli alberi, la purissima luce della luna e la presenza di innumerevoli geni raccolti al limite della radura. Il colonnello li intravedeva appena, accoccolati nell’ombra, immobili e silenziosi come se aspettassero qualcosa.
Appena i due furono usciti dal folto del bosco la lanterna si spense. I due si fermarono dove stava per finire l’ombra ad osservare quello che stava accadendo. “Mi pare una cosa ridicola, non c’è niente di speciale” disse il Procolo all’Aiuti, e fece una specie di risatina che risuonò in modo terribile nel silenzio profondo.
“Se permettete io me ne vado” fece allora l’Aiuti. “Devo andare sino a Fondo. Domani ho da lavorare”.
Il colonnello non lo salutò neppure, intento com’era ad un largo suono che si spandeva nella foresta. Non gli parve una voce nuova. Poco dopo riconobbe il vento Matteo. In quel mentre giunsero, da grandissima lontananza, vaghi rintocchi di campana. Il Procolo guardò il suo orologio d’oro: era mezzanotte.
Alle 24 infatti il vento Matteo cominciò un concerto. Girava attorno alla radura, contro i rami nudi e le ramaglie tirandone fuori una musica. Gli accordi si facevano sempre più ampi fino a che si potè distinguere un canto vero e proprio.

Dino Buzzati – Il segreto del Bosco Vecchio

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