Decrescita economica – La strada della sobrietà e dell’autoproduzione

Il sistema economico industriale, fondato sulla crescita illimitata della produzione di merci, pone terribili problemi all’umanità e a tutte le specie viventi: l’esaurimento di risorse vitali, l’incremento esponenziale delle varie forme di inquinamento, la progressiva devastazione degli ambienti naturali, la disoccupazione, le guerre, il degrado sociale. La costruzione di una nuova cultura basata sulla decrescita economica e produttiva può portare vantaggi in termini di felicità individuale, di sollievo per gli ecosistemi terrestri, di relazioni più eque e serene tra gli individui e tra i popoli.

Ciascuno di noi può effettuare nella propria vita scelte che comportano una decrescita economica e produttiva decrementi (e quindi una decrescita del PIL). Praticare scelte che si basano su una nuova cultura basata sulla decrescita economica e produttiva costituisce una valida testimonianza e un valore di proposta politica (“Se lo stanno facendo alcuni, per quale motivo non posso farlo anche io?”). Come si può praticare la decrescita nelle proprie scelte di vita? Fare scelte esistenziali nell’ottica della decrescita significa ridurre la quantità delle merci nella propria vita. A tal fine si possono percorrere due strade:
1) La strada della sobrietà
2) La strada dell’autoproduzione

La strada della sobrietà

La sobrietà è uno stile di vita più parsimonioso, più pulito, più lento, più inserito nei cicli naturali. E’ uno stile di vita che sa distinguere tra i bisogni reali e quelli imposti. La sobrietà è più un modo di essere che di avere.

La sobrietà nell’acquisto di merci, in funzione di bisogni reali e non indotti, è una manifestazione d’intelligenza e una virtù. La sobrietà si esprime privilegiando l’acquisto di merci prodotte col minor impatto ambientale, che provengono da meno lontano e quindi hanno fatto consumare meno fonti fossili nel trasporto dal produttore al consumatore, che generano pochi rifiuti, che non costano poco perché hanno sfruttato ignobilmente la miseria dei lavoratori, che sono fatte per durare o per essere riciclate.

La strada dell’autoproduzione
Dipendiamo sempre di più dall’acquisto di merci per soddisfare i nostri bisogni vitali perché siamo sempre più incapaci di autoprodurre beni. Solo chi non sa fare niente di ciò che gli serve può diventare un consumista senza alternative. Nell’arco di una generazione alcuni beni di uso comune, come lo yogurt, il pane, la passata di pomodoro, le marmellate, le verdure sottolio e sottaceto, non si sono più fatti in casa e sono stati sostituiti da prodotti comprati al supermercato. L’autoproduzione di frutta e verdura è stata sostituita con prodotti agroalimentari carichi di veleni e senza sapore.

La rivalutazione dell’autoproduzione di beni e servizi consente di riscoprire un sapere e un saper fare dimenticati. Ha quindi una grande valenza culturale, che non si limita a questo recupero di conoscenze, ma, cosa ancora più importante, libera dalla dipendenza assoluta dalle merci. Emancipa dalla subordinazione alle leggi del mercato. Maggiore è la quantità di beni che si sanno autoprodurre, meno merci occorre comprare, meno denaro occorre per vivere.

Produrre da se frutta e verdura porta a produrne quanta se ne consuma e se ne dona. Se se ne producesse più del fabbisogno si farebbe soltanto una fatica inutile. Non esiste la necessità delle forzature chimiche per sostenerla (fitofarmaci, antiparassitari, diserbanti, concimi di sintesi). Non c’è quindi inquinamento dei suoli, né l’inquinamento dell’aria causato dai consumi di energia necessari a produrre e trasportare le protesi chimiche. Non c’è nemmeno l’inquinamento dell’aria causato dal trasporto dei merci dai produttori ai consumatori. Non ci sono imballaggi né rifiuti da raccogliere e smaltire.

Gli scambi non mercantili
Nessuno potrebbe illudersi di autoprodurre tutto ciò che gli serve per vivere. L’autoproduzione di beni e servizi può essere tuttavia potenziata da relazioni di scambio non mercantili fondati sul dono e sulla reciprocità. Queste relazioni consistono essenzialmente in uno scambio gratuito di tempo, di professionalità, di conoscenze, di disponibilità umana. Queste relazioni contribuiscono anche a rafforzare i legami sociali.
Le famiglie sono state ridotte al nucleo ristretto di genitori e figli e anche nei legami tra genitori e figli i servizi alla persona fondati sul dono e la reciprocità sono stati progressivamente sostituiti da prestazioni a pagamento: in particolare la cura dei piccoli e degli anziani. La strada da percorrere è quella di riscoprire l’importanza dei rapporti di vicinato, costruire gruppi di acquisto solidali e banche del tempo (anche se il termine “banca” suona male in questo contesto), restituire ai nonni il loro ruolo educativo e di trasmissione del sapere nei confronti dei nipoti.

La sobrietà, l’autoproduzione e gli scambi non mercantili non possono comunque abolire la dimensione mercantile, né sarebbe auspicabile che ciò avvenisse, perché alcuni beni e servizi possono solo essere acquistati e la loro privazione peggiorerebbe le condizioni di vita. Ma possono contribuire a ridurla in maniera determinante, riportandola alle sue dimensioni fisiologiche.

Fonti:
http://www.decrescita.it/
http://www.decrescitafelice.it

Su spunto di Don Angelo Mazzola – Bollettino parrocchiale di Febbraio 2009

PS Definizione di PIL

Il Prodotto Interno Lordo (PIL) è il valore complessivo dei beni e servizi prodotti all’interno di un Paese in un certo intervallo di tempo (solitamente l’anno) e destinati ad usi finali (consumi finali, investimenti, esportazioni nette). Non viene quindi conteggiata la produzione destinata ai consumi intermedi, che rappresentano il valore dei beni e servizi consumati e trasformati nel processo produttivo per ottenere nuovi beni e servizi.

Il PIL può essere considerato come:
-la produzione totale di beni e servizi dell’economia, diminuita dei consumi intermedi ed aumentata delle imposte nette sui prodotti
-il valore totale della spesa fatta dalle famiglie per i consumi e dalle imprese per gli investimenti
-la somma dei redditi dei lavoratori e dei profitti delle imprese

Il PIL tiene conto solamente delle transazioni in denaro, e trascura tutte quelle a titolo gratuito: restano quindi escluse le prestazioni nell’ambito familiare, quelle attuate dal volontariato (si pensi al valore economico del non-profit) ecc.

Il PIL tratta tutte le transazioni come positive, cosicché non entrano a farne parte i danni provocati dai crimini, dall’inquinamento, dalle catastrofi naturali. Ad esempio se compri un’auto il PIL cresce, se stai in coda e consumi più benzina senza muoverti di un metro il PIL cresce, se hai un incidente, il PIL cresce, se sei ospedalizzato il PIL cresce e così via. In questo modo il PIL non fa distinzione tra le attività che contribuiscono al benessere e quelle che lo diminuiscono: persino morire, con i servizi connessi ai funerali, fa crescere il PIL!

La crescita del PIL non misura la crescita dei beni prodotti da un sistema economico, ma la crescita delle merci scambiate con denaro. Non sempre le merci sono beni, perché nel concetto di bene è insita una connotazione qualitativa – qualcosa che offre vantaggi – che invece non pertiene al concetto di merce. Se si fanno le code in automobile aumenta il consumo della merce carburante, quindi si accresce il PIL, ma si ha uno svantaggio, una disutilità. Viceversa, non necessariamente i beni sono merci, perché si può produrre qualcosa senza scambiarla con denaro, ma per utilizzarla in proprio o per donarla. I prodotti del proprio orto e del proprio frutteto autoconsumati non sono merci e, pertanto, non fanno crescere il PIL, ma sono qualitativamente superiori agli ortaggi e alla frutta prodotta industrialmente e comprata al supermercato. La cura dei propri figli o l’assistenza dei propri vecchi fatta con amore è qualitativamente molto superiore alla cura che può prestare una persona pagata per farlo. Ma questa attività prestata in cambio di denaro fa crescere il PIL, l’altra, donata per amore, no.

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